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1 - Il tema della Esclusione-Inclusione degli immigrati è diventato il tema bollente intorno a cui si sta giocando il destino dell’Europa e il futuro dell’umanità. Al centro delle cronache, gioco infernale della politica, luogo di scontro sui valori etici, i migranti e le loro tragedie, sono diventati espressione diretta di quella globalizzazione dell’indifferenza cui Papa Francesco si riferisce ormai quotidianamente. Se infatti la crisi economica, sociale, democratica, riguarda l’intero mondo, la globalizzazione costituisce il declino, se non la fine della solidarietà che lo stato aveva posto in essere per gestire paura e insicurezza.

Con la globalizzazione, rispetto ai principi etici fondamentali, entrano in campo competizione e concorrenza individualista. E si spinge sul tasto della pericolosità, come risultato della convinzione di insicurezza sociale, che non predispone né alla generosità né alla capacità di rischiare, rifiutando la novità. Analizzando le molteplici paure che attraversano le città del mondo globalizzato, S. Bauman rileva che, riducendo la fiducia che la solidarietà moderna aveva costruito, si alimentano sospetti e diffidenze verso stranieri, rifugiati e ogni forma di diversità. Chocolat, l’opera cinematografica di Hallström, aveva stigmatizzato in modo straordinario il concetto. Le città diventano dunque dei fortini. E come non pensare al Castello di Kafka e al dialogo tra la locandiera e l’agrimensore? : Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo e sempre fra i piedi, uno che procura un mucchio di grattacapi.

Ecco. Non vogliamo sapere. Al massimo ci informiamo, ma non vogliamo sapere. Sapere richiede tempo, sforzo, volontà di capire; e poi capire ci sottrae il sotterfugio del finto tonto. Galimberti nel suo I nuovi vizi capitali cita il diniego, cioè l’ipocrisia di negare a noi stessi i problemi degli altri. Finché gli stranieri giungevano in quantità controllata, svolgendo i lavori più infimi e mal pagati, tutto andava bene. Quando l’insostenibilità della loro esistenza li ha spinti a migrare, li osserviamo a distanza, nella bidimensionalità dei nostri schermi televisivi; guardiamo i naufragi al telegiornale mentre si pranza o si cena, i muri presi d’assalto, i campi profughi pieni di affamati e malati; sono scene dinanzi a cui abbiamo sviluppato una robusta assuefazione. Incrementando reazioni di difesa e di rifiuto. Il fenomeno sociale di ciò “che ogni cittadino sa”, del senso comune nei suoi aspetti vistosi o nascosti, è l’immigrazione come metafora della devianza, la miopia o microscopia nella ipervalutazione dei sintomi della criminalità. Ci attaccano, ci sottraggono il nostro benessere, questi i luoghi comuni. In realtà il sapere dei cittadini è sintomatico e tendenzialmente divergente da quello della polizia. Il termine immigrato, dunque, assume sempre più – consapevolmente o inconsapevolmente – valenza peggiorativa, in ogni caso, certo, si identifica con povero e delinquente. E poco importa se in questo ampio processo dell’industria migratoria, dell’economia di frontiera per chi desidera passare dalla sponda povera alla sponda ricca della geografia di questo nostro sperequato mondo, si assiste ad una curiosa diversificazione di approcci all’attraversamento di frontiere. Difatti quando sono i cittadini del nord del mondo ad arrivare, si parla di mobilità. Pensiamo a come sono incitati i giovani europei ad una mobilità sempre più convinta, attraverso i programmi Erasmus; mentre ai giovani di altre latitudini si richiede di restare nei loro paesi, anche se la si muore. Quando si tratta di sud del mondo, allora si dice migranti. L’ipocrisia del danaro che sbianca. Basti pensare ai calciatori dei nostri club.

E in tal modo l’Europa ha smesso di fingere, di mostrarsi terra d’asilo e libertà. Chiudendoci a riccio, abbiamo cominciato a fingere che ci può essere un’Africa che può occuparsi dell’Africa, come se i maghrebini e i subsahariani fossero una stessa Africa. Come se non sapessimo quanto odio passa tra queste due realtà. E abbiamo finito così con il consegnare ad un lembo di mare, ad una soglia simbolica tra nord e sud, qualche miglio nautico come linea capricciosa in mezzo al mare, consegnare, dicevo, le coordinate in cui ogni vita inizia a valere, coordinate che segnano la differenza tra l’esistere e il non esistere, tra la terra europea e il limbo africano. Coordinate che segnano un mondo.

Baudrillard, nel 1978, diceva che una massa silenziosa può essere manipolata da dubbi sondaggi. Al nesso povertà-immigrazione, si collegano i costi dei salvataggi in mare, l’idea che approfittino del nostro welfare quando il rapporto di età stranieri-cittadini è inversamente proporzionale, e di conseguenza il non accesso a cure sanitarie e quant’altro. E il valore di una tattica politica può avere conseguenze perverse in termini di ricadute sociali e culturali. Se poi ripresa da certa stampa, allora il risultato può essere catastrofico.

2 - Se non ci fossero stati gli emigranti italiani, oggi gli argentini non potrebbero esprimere l’orgoglio del primo Papa proveniente “dalla fine del mondo”. Il rapporto Delors e molteplici iniziative dell’Unesco e del Consiglio d’Europa segnalano come l’impegno di imparare a vivere insieme con gli altri, sia divenuta la sfida chiave del nostro tempo, a cui non ci si può sottrarre, perché compito irrinunciabile di tutti. Proprio l’Unesco, nei suoi piani educativi, sollecita a strategie del vivere insieme, come l’educazione inclusiva, di qualità, integrale e solidale, per poter ben attraversare il futuro, e l’educazione interculturale come opportunità per saper vivere insieme. Questa Educazione per tutti si colloca nella prospettiva dell’imparare ad amare. Sfida globale emergente ma assente in percorsi estranei all’ambito cristiano. Del resto proprio nella sua relazione alla 46ª sessione del CIE (Conf. inter. Educ.) nella sede Unesco a Ginevra, Jean Daniel affermava che : apprendre a vivre avec les autres implique le droit de gens a demeurer  “autres” Imparare a vivere con gli altri implica il diritto delle persone a rimanere “gli altri”.

Vivere con gli altri è un ideale etico-politico, un’utopia. Soprattutto un impegno irrinunciabile dei singoli in quanto attiene alla propria crescita umana e irrinunciabile per le istituzioni in quanto difensori della dignità umana e garanti della pacifica convivenza. Tralasciando un po' le religioni, la Dichiarazione Universale dei diritti umani recita: «Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace del mondo.» È difficile leggere tali affermazioni oggi. A settant’anni dalla loro promulgazione, quella Dichiarazione dei Diritti Umani – riscatto della coscienza sociale mondiale dopo Auschwitz -  stanno davanti alle libere interpretazioni della politica, che legano sempre più alla cittadinanza degli uomini la loro fruibilità. Per cui se non si è cittadino non si usufruisce dei Diritti Umani. Un ossimoro. Tanto più se si pensa che René Cassin – uno dei padri della Dichiarazione -  la definiva un corollario del Diritto alla vita di ogni singola persona. E noi abbiamo cancellato totalmente il diritto alla vita.

Aiutamoli a casa loro …. Si sente biascicare sempre più spesso dalla politica. Certo. Come recita un proverbio africano: Se uno percuote un alveare per portare via il miele, le api lo inseguono. Dovremmo probabilmente cominciare un serissimo esame di coscienza che – dalla colonizzazione sino al post-colonialismo, addirittura più complesso e violento della prima – con il depauperamento e l’appropriazione indebita delle risorse africane, dal green grabbing al grabbing di risorse minerarie, ci vede predoni. Per non dire del disordine politico, risultato delle manipolazioni dell’occidente, nonché dell’industria bellica assetata di mercati (e di cui solo l’Italia è parte attiva per 2,7% del mercato globale), che provoca conflitti a comando, destabilizzando tutta l’area subsahariana per poterla meglio gestire. Sicché si scappa dalla guerra, dalla tortura, dalle persecuzioni politiche, ma c’è chi le vuole trasformare nel nemico occidentale del XXI secolo. Perché siamo incapaci di accettare di esser considerati l’America dell’Africa, che noi stessi abbiamo depauperato, se non altro per ragioni di prossimità. «La buona coscienza è finita per sempre – ha scritto Ernesto Balducci – e l’opulenza non può durare senza crimine. L’uomo europeo sa oggi quanto i suoi padri non sapevano: l’emancipazione dei popoli e la permanenza del modello occidentale non possono conciliarsi» (EB, la Terra del tramonto, ed. Cultura della pace, Fiesole 92).

3  - Si assiste indifferenti alla tragedia per cui questi fratelli che attraversano il mare, passano dall’essere perseguitati nei loro territori, alla terribile piaga dell’essere perseguitati ad opera della giustizia delle nostre democrazie occidentali. Difatti, se riescono ad arrivare vivi da questa parte, finiscono nel girone infernale dei controlli e dell’accettazione. Limitare le vie regolari di accesso all’Unione Europea, produce innumerevoli conseguenze negative, costringendo chi fugge ad imbattersi in una serie di reati che comportano persino la detenzione, spingendoli tra le fauci della criminalità o in un sottobosco di irregolarità e illeciti, mentre la loro presenza si va facendo sempre più trasparente per la nostra società, una zona d’ombra di cui non vogliamo sapere ipocritamente nulla. Siamo stati capaci di rendere un ingresso irregolare un reato, anziché un illecito civile, criminalizzando i richiedenti asilo.

Sarebbero rifugiati, ma questo termine è ormai ad uso e consumo dell’occidente. Se dopo la IIGM il rifugiato era persona stimabile, avvolto da aura di prestigio per essere scampato alla barbarie, oggi che la guerra è delocalizzata, il rifugiato è persona non europea: e quindi non stimata, perseguitata, sfuggita alla barbarie.  Ma barbarie non è sempre uguale?

Su circa 65 milioni di migranti, l’1 % della popolazione mondiale, solo un terzo sono rifugiati. Ma i dati non sono veritieri. Poiché non sono contemplati coloro che fuggono dai cartelli, dalle bande, dalle milizie non governative, da mafie locali, tanti tantissimi indefinibili che fuggono dalla cieca violenza senza protezione. Cerchiamo di identificare le ragioni di fuga dalle guerre e dalla fame, ma ci sono guerre impastate di fame e fame impastata di guerra. I campi di raccolta che dovrebbero essere un rattoppo temporaneo, una modalità per indirizzarvi gli aiuti in modo semplice, diventano realtà stanziale di dolore per anni interi.

“Ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito” ripete Bergoglio i versi di Matteo. Oggi questo mandato è quanto mai attuale riguardo ai migranti. Crisi economica e conflitti armati, cambiamenti climatici che sottraggono ad interi popoli il bene più prezioso dell’acqua, violenze e vessazioni di ogni genere, spingono tanti a migrare. Eppure migrare attiene alla storia dell’umanità e non sono mancate grandi espressioni di solidarietà. Oggi invece il contesto di crisi favorisce chiusure e rifiuti all’accoglienza.

Siamo dinanzi ad un’ondata culturale che permea e conforma le coscienze, ponendo all’indice sia i cittadini che sentono il bisogno dell’altro come imperativo morale, sia le organizzazioni umanitarie che si occupano di rifugiati. Siamo nell’epoca che ha fatto dell’identità la propria inquietudine, frutto della sfiducia che il cittadino ripone nello stato. E dunque l’identificazione – ci dice ancora Bauman – diventa sempre più importante per chi è alla ricerca di un noi in cui inserirsi. Ma l’identità culturale non esiste – afferma Françoise Jullien – (filosofo e grecista studioso del rapporto cina/europa) definendolo un concetto pernicioso che vede la cultura immobile, che implica il rischio di comunitarismi integralisti o relativismi inerti e indifferenti.

L’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo recita Evangeli Gaudium al n 87. L’umanità ha la consegna di trasmettere la mistica del vivere insieme, di trasformarci in carovane solidali. E invece sguardi feriti da paure e illuminati da speranze, attraversano il Mediterraneo su barconi di morte gestiti da criminali. Incredibile che da questi barconi, l’anelito di futuro passi attraverso il grido disperato delle vite nascenti tra le onde, bambini venuti alla luce sui barconi malandati, tra mille pericoli, talora con la morte intorno. Una sfida aperta dunque, garantire il futuro a milioni di esseri umani, coniugando il valore dell’accoglienza ad un efficace accompagnamento nel sud del mondo, lungo la faticosa via dello sviluppo.

La solidarietà, afferma Enzo Bianchi, si realizza in uno scambio tra nativi e stranieri, l’integrazione deve delineare condizioni e percorsi per sfociare nella cittadinanza per gli immigrati, situazione in cui è possibile una reale partecipazione alla vita della polis con il riconoscimento di quei diritti e doveri che sono comuni appunto a tutti i cittadini.

 4  - L’incontro di Gesù al pozzo di Samaria con la donna samaritana è l’emblema dei nostri rifiuti. La donna/noi è chiusa in sé stessa, non vuole vedere l’altro che gli sta davanti. Un giudeo! Ma poi dall’incontro scaturisce la conoscenza, il dialogo, Gesù si fermò due giorni. Cioè la modalità di approccio ci dice che in quel dialogo il giudeo acquista un nome e un volto. Si passa dal termine generico al nome. Gli immigrati per noi sono solo un nome generico con la caratteristica del colore per lo più nero, non hanno volto, non hanno nome. Né per noi né per lo stato. La logica verso cui bisognerebbe andare, dovrebbe essere di un progressivo allargamento alla mobilità come garanzia di successo anche economica. Poiché meglio avere sul territorio persone riconosciute, dotate di diritti e aperte al mercato, piuttosto che persone in attesa di giudizio molto più a lungo, inoccupate e sostenute dal welfare, che poi diventano clandestini.

“La giustizia non salva – diceva don Primo Mazzolari – poiché il diritto alla vita, nel cuore di chi ama, sta prima del diritto alla giustizia”. Nel documento di denuncia dei comboniani firmato anche da Emergency e da tanti tanti altri nel 2004 per il caso della Cap Anamur si afferma: L’Europa ed ogni singola nazione “civile” devono interrogarsi sulla solidarietà internazionale. Non basta qualche intervista che pone l’accento sull’approccio umanitario al problema; è necessario urgentemente ripensare a livello europeo le politiche sull’immigrazione e sulle grandi disparità sociali che ne sono causa. Nel 2004! Nel 2019 siamo alla condanna a morte di chi parte disperato. Non servono comizi né la retorica degli appelli. Occorre il coraggio della quotidianità, lo sforzo di dare un nome e un volto a chi arriva, riconoscerne le storie, che non sono uguali alle altre. Occorre -  in altre parole -fare la nostra parte.

 

 

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